1. Etimologia della parola raccomandazione.

    Come si entra a Stanford? Per raccomandazione. In un senso però agli antipodi rispetto a quello cui siamo abituati. In un mondo rigorosamente meritocratico, sono le segnalazioni di professori e luminari ad aprire al strada. Ma nessuno si sogna né si può permettere di raccomandare per amicizia o interesse, visto che segnalare una persona non meritevole si ripercuote subito sulla reputazione di chi quella persona ha segnalato.

    Qui il resto dell’articolo.

    9 mesi fa  / 

  2. Stranger than fiction.


    Giorno dopo giorno, cerchiamo una risposta all’eterna domanda che Aristotele si pose nell’Etica: come dovrebbe condurre la propria vita un essere umano? […]

    Tradizionalmente, l’umanità ha cercato la risposta a questo quesito attraverso  quattro forme di saggezza: filosofia, scienza, religione e arte.

    Da ognuna di queste discipline ha ricavato una rivelazione e ha stabilito un significato dell’esistenza. Ma oggi chi legge Hegel o Kant se non per superare un esame? La scienza, che un tempo dava risposte sull’esistenza, ora ci confonde con la propria complessità. E chi di noi sa ascoltare senza cinismo gli economisti, i sociologi, i politici? La religione per tanti è diventata un rituale vuoto che maschera ipocrisia.
    Mentre diminuisce la nostra fede nelle ideologie tradizionali, ci volgiamo alla fonte nella quale ancora crediamo: l’arte narrativa.

    Oggi il mondo divora film, romanzi, teatro e televisione in quantità tali e con tale ingordigia che le arti narrative sono diventate la fonte primaria di ispirazione dell’umanità alla ricerca di un ordine nel caos e di uno sguardo più profondo sulla vita. La nostra fame di storie riflette il profondo bisogno umano di afferrare i significati dell’esistenza, non semplicemente come esercizio intellettuale, ma all’interno di un’esperienza emozionale molto personale.

    Story: contenuti, struttura, stile e principi per l’arte di scrivere storie
    Robert McKee

    9 mesi fa  / 

  3. La recensione di Gravity (ovvero: Perchè la mafia del 3D questa volta ha vinto)

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    Facile parlare di un film come Gravity.
    Lo hanno amato tutti. Lo ameranno tutti. Se ne parlerà come una vergogna per quei due miseri Oscar®™©† tecnici che porterà a casa il marzo prossimo e sopratutto verrà parodiato dai Simpson, che come sappiamo, è l’indice supremo per riconoscere un prodotto di successo dall’indubbia qualità artistica.

    Nel momento in cui scrivo, Rotten Tomatoes ci butta giù un 98% di recensioni positive, Metacritic un 96% ed è primo al box office in quasi tutti i paesi in cui è uscito. Senza contare che non è un settimo, ottavo seguito di una saga harrypottera e nemmeno un capitolo di quella abnorme macchina commerciale messa su dalla Marvel e Kevin Feige, ma un originalissimo space movie senza il minimo odore di franchising.

    Il tutto per una roba di 90 minuti dall’esito per nulla scontato da vedere seduti un punta alla sedia. Insomma, un’ Italia - Australia dei Mondiali 2006, però in 3D.
    Ed è proprio il 3D, la vittoria più importante che Alfonsone Cuaròn (o meglio, la Warner) porta a casa, quando tra qualche anno, semmai il 3D dovesse ancora essere vivo, si parlerà di Gravity come unico film dove la stereoscopia abbia ragione di esistere. Merito sopratutto dell’ambientazione: infinita profondità di campo da vuoto cosmico e oggetti fluttuanti sono complementari e necessari a rendere l’esperienza (si, Gravity è un esperienza, tipo le montagne russe o gli All You Can Eat) nel migliore dei modi.
    Insomma, da solo, questo film, potrebbe sostenere la discussione contro una folla inferocita (di cui faccio parte anche io) sulla questione se il 3D serva effettivamente ai nostri occhi oppure no.

    A scongiurare l’effetto Cinema 5D da parco giochi, ci pensa una storia sintetica ma allo stesso tempo da insegnare ai corsi di sceneggiatura. La Bullock (probabilmente ricostruita interamente in CG dato che a 49 anni NON PUO’ avere quel corpo) riesce a caricarsi sulle spalle le azioni e la trasformazione di una persona che proprio in assenza di peso, ne porta tragicamente, uno dentro di sè.

    Conclusioni? Prendete un paio di amici ed un treno per il cinema IMAX più vicino. Sarà film dell’anno anche per voi.

    Nota finale: Tra le recensioni migliori apparse in rete, non posso non menzionare quella esemplicativa e lucidissima di Andrea Maderna sulla sua edicola.

    9 mesi fa  / 

  4. The Last on The Last of Us.

    In attesa di capire cosa dovrei farne di un tumblr dal momento che non ho gif fantasticherissime da pubblicare ne citazioni da mettere in Helvetica su una foto con brutti filtri, mi è saltato in mente di scrivere due righe su The Last of Us e, più nello specifico, del video infilato qui in alto sgamato su Polygon.

    Un keynote di UNORAEVVENTI (arrivato al “ci sono domande?” ho cominciato a fare altro, to be honest) di Neil Druckmann, un ragazzone che qui da noi gli over 65 guarderebbero con sospetto e che invece non è altro che il direttore creativo E sceneggiatore alla Naughty Dog. Praticamente una lezione sullo storytelling e sui processi produttivi che portano alla creazione di un capolavoro; soffermandoci, solo per un secondo, sul fatto che il nostro amico abbia frequentato un programma universitario che spingeva gli studenti a mescolare arte, programmazione e design e vedere quello che succedeva, motivo ulteriore per convincersi che qui da noi, per quanto riguarda la formazione, stiamo solo provando a mantenere un carro per una discesa ripidissima (ok, questa italianizzazione magari ve la spiego).

    La cosa più interessante, però, aldilà dell’affascinante dietro le quinte che porta un idea del tipo “ehi, facciamo una storia zombie con gameplay alla ICO” attraverso varie fasi di perfezionamento fino a farlo diventare quel prodotto che mesi fa abbiamo acquistato tutti (lo abbiamo acquistato tutti, giusto?), è l’assoluta chiarezza con la quale l’amico Neal descrive come possa diventare tutto più facile per un creativo se si è coerenti ed onesti con la cosa che vogliamo comunicare.

    Poi? Poi il resto viene da se.
    Da quello che si ha intorno e dentro.

    Diventare padre mentre stai scrivendo la storia di un gioco basato su un rapporto padre-figlia nel mezzo dell’apocalisse ti spinge a vedere tutto dalla prospettiva giusta. E chissà perchè, mi ero proprio chiesto, il giugno scorso, mentre giocavo a The Last of Us, perchè quella storia mi sembrasse cosi’ cazzutamente vera, trasparente e autentica.
    Ho avuto una risposta e sono abbastanza soddisfatto.

    (NOTA: questo libro, consigliato all’inizio del keynote, mi ha incuriosito e l’ho buttato nel carrello amazzone senza pensarci due volte. )

    9 mesi fa  / 

  5. Io vado, eh.

    Immagino che sia venuto il momento di prendere sul serio questa cosa di scrivere con costanza e mettere pixel nero su pixel bianco pensieri e idee che dimentico troppo facilmente.

    Da domani, si.

    9 mesi fa  / 

  6. Oh, our last and final name is..

    Mi piace mantenere opinioni forti senza argomenti per sostenerle al di fuori della mia connaturata sincerità.
    Mi piace la sincerità. Mi manca la sincerità. Queste non sono opinioni. Queste non sono parole di saggezza, questa è solo una denuncia, una denuncia per la mia mancanza di istruzione formale, per la mia mancanza d’ispirazione, per la mia logorante ricerca di affetto e per la mia convenzionale vergogna nei confronti dei molti che hanno più o meno la mia età. Non è neppure una poesia. È solo un gran mucchio di !#@!#.

    Scommetto che un’altro blogtumblroqualsiasialtracosavivengainmente con una citazione di Kurt Cobain non lo trovate oh. In ogni caso, mi piaceva l’idea di cominciare con una citazione la sequela di palle pubblicazione frequente di roba che a breve popolerà questo spazio miseramente vuoto.

    1 anno fa  / 

  7. Ciao mondo! (ops)

    Mi sa che ho confuso un po’ di roba.
    Ma c’era bisogno di sorpassare a destra l’ansia da primo post.

    Non resta che continuare cosi’. Scrivendo tra una pubblicità di Youtube e un problema di buffering su Putlocker.

    2 anni fa  /